Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 14 al 23 ottobre
InBalia Compagnia Instabile
progetto Federica Bern e Francesco Villano
con: Federica Bern - regia: Francesco Villano - luci: Fulvio Melli - fotografia: Manuela Giusto
La stagione 2011 2012 del Teatro Litta inaugura con un debutto nazionale, uno spettacolo realizzato da Inbalia Compagnia Instabile, una nuova compagnia italiana che nell’ultimo anno ha conquistato l’attenzione della critica e del pubblico con due lavori: “Piccoli pezzi poco complessi” e “Per Amleto”. Sonata per ragazza sola con Federica Bern diretta da Francesco Villano, vuole essere un omaggio all’autrice Irène Némirovski.
Due donne si preparano a partecipare a un evento mondano che sa di trionfo. Un primo e un ultimo appiglio al senso dell'Esserci. Due donne di carattere e di spirito opposti, unite dallo stesso sangue, ma anche, inconsapevolmente, dagli stessi desideri, fantasie. Madre e figlia. Mai due persone avrebbero potuto essere così lontane e insieme sfiorarsi così da vicino, senza saperlo. Due età di transizione, obbligata, crudele. La figlia scalpita per liberarsi della sua asfittica divisa da bambina e indossare finalmente il suo nuovo abito da donna. La madre non vuole lasciare lo scettro della giovinezza e lotta contro il passare del tempo per dimostrare a se stessa e agli altri di essere ancora una donna desiderabile, vitale. Quello che non ha previsto è la presenza ingombrante della figlia. Un presenza insopportabile, giovane, e per questo radiosa e velenosa. Entrambe vogliono amare ed essere amate. E' da questa vicinanza, totalmente inconsapevole che ha inizio la guerra al femminile per eccellenza: quella tra madre e figlia. O per dirla con la Némirovsky:” Ho passato tutta la vita a combattere contro un sangue odioso, ma esso è dentro di me, scorre nelle mie vene...”
Questo lavoro è un omaggio a “Il Ballo” e “ Jezabel” di Irène Nèmirovsky, una delle voci più acute del novecento, da qualche anno ritornata all'attenzione internazionale di pubblico e critica.
“Nelle guerre e nelle rivoluzioni non c'è niente di più singolare di quei primi istanti in cui si viene scaraventati da una vita all'altra e si rimane senza fiato, come se si cadesse dall'alto di un ponte, tutti vestiti, in un fiume profondo senza capire cosa sta succedendo, serbando nel cuore un'insensata speranza.”(Irène Némirovsky)
Le Note
Il tema è il desiderio. Desiderato, affermato, frustrato, represso. Il desiderio che è, per sua natura, egoista. Che deve escludere per essere soddisfatto. Visto in un momento di disequilibrio, di transizione. Circoscritto in un passaggio, doloroso, da uno stato a un altro, da un'età a un'altra. Partendo da alcune suggestioni dei romanzi di Irène Némirovsky, abbiamo approfondito questo sentimento di “crisi” (intesa anche come scelta, o rifiuto di una scelta, di età, di responsabilità) traducendolo in un crudele e ridicolo combattimento tra una madre e una figlia. Il pubblico farà da arbitro.
Una sfida in tre round impietosa, tra due entità, due desideri che si combattono, si intersecano, si allontanano. Nello scontro entrambe subiranno un distacco, la perdita di una parte di sé. Questo dolore, forse, restituirà senso e consapevolezza. Un' epifania della fragilità che nasce nel momento in cui, nonostante tutto, ci si rende conto dell'impossibilità di trattenere il tempo, un ricordo, una persona. La riflessione ha anche gustosamente preso spunto dal momento grottesco che stiamo vivendo, in cui l'edonismo è un valore, e la rappresentazione di se è costantemente condizionata della caricatura di un immaginario collettivo piatto e degradante. Per raccontare il contemporaneo abbiamo adottato un tempo metaforico alla fine degli anni venti. Sfruttando alcuni passaggi strutturali del racconto originale, ne è nata una favola nera, disperata, che viviseziona i desideri di due donne, simili per natura, ma di età diverse. Due donne che scontrandosi, si riuniscono. Alla fine i due profili si sovrappongono fino a concepire un nuovo essere dal volto bifronte.
La tematica del doppio come complementarietà, è dichiarata già nel corpo e nella presenza dell' attrice che impersona entrambi i ruoli della pièce. A lei il compito di sviluppare e ricreare, di volta in volta, il campo e il controcampo, sposando entrambi i punti di vista. Uno scandaloso gioco di specchi e di travestimenti, che prende spunto anche dalle lezioni di Genet, Hithcock, Linch, Kim ki Duk.
In una zona del desiderio ambigua e paurosa, con un piede già oltre la linea del tempo, queste donne esistono, sognano, si battono. Giocano un duello all'ultimo respiro, dove Natura e Caos eleggeranno una sola vincitrice.
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 3 al 27 novembre
LITTA_produzioni
di Luigi Pirandello
con: Claudia Negrin, Valeria Perdonò, Emiliano Brioschi, Michele Radice, Alex Cendron - costumi: Lucia Lapolla - scenografia: Diamante Faraldo e Makio Manzoni - regia: Pasquale Marrazzo - assistente alla regia: Marilisa Cometti - in collaborazione con: N.O.I. Film s.a.s. - lighting designer: Luca Sabbioni
Lo spettacolo non andrà in scena nelle giornate del 24, 25 e 26 novembre. Riprenderà con l'ultima replica domenica 27 novembre alle h 16.30.
Non si sa come è il debutto teatrale del regista cinematografico Pasquale Marrazzo, in scena al teatro Litta dal 3 al 27 novembre 2011.
Il testo è un dramma in tre atti scritto da Luigi Pirandello nel 1934. La piéce è ispirata alle novelle Nel gorgo del 1913, Cinci del 1932 e La realtà del sogno del 1914.
Il conte Romeo Daddi, personaggio serio e rispettabile, è molto innamorato della moglie ed è buon amico di Giorgio Vanzi, nonostante ciò gli accade di tradire l’amicizia e la moglie con Ginevra, amica di famiglia e moglie di Vanzi. Il suo non è stato un innamoramento, ma un atto istintivo che, non si sa come, l’ha portato a fare quello che ha fatto.
Dopo un doloroso chiarimento fra loro Romeo Daddi ricorda un altro delitto, compiuto da ragazzo, di natura molto diversa. In una sciocca lite con un ragazzo, di quelle liti che avvengono per “futili motivi”, lo aveva colpito con una pietra uccidendolo.
Il racconto di Romeo é allucinante: il ragazzo giaceva morto ai suoi piedi, eppure lui non si sentiva colpevole; tutto era avvenuto come in un incubo, in una specie di delirio dove il protagonista del fatto non era lui, che se ne era tornato tranquillamente a casa, quasi che in ognuno di noi ci siano due ‘io’.
Anche quello che è avvenuto con Ginevra è stato come un sogno di cui si percepisce la realtà solo quando si torna in se stessi.
La situazione si è ripetuta: un altro delitto è stato compiuto per istinto, non si sa come, ma per il quale occorre assumersi le proprie responsabilità: si deve essere chiamati a rispondere anche delle azioni di quell’io che talora ci sovrasta e ci trascina. Bisogna cercare la punizione anche se non ci si sente colpevoli: il conte farà in modo che il suo amico Giorgio lo uccida, anche lui senza volerlo, non si sa come.
Quante volte ci si è rimproverati di un atto istintivo, di cui percepivamo le conseguenze e che nonostante ciò abbiamo compiuto? Perché l’abbiamo fatto? Chi o cosa ci ha spinto a farlo? Ci sono dunque due ‘io’ dentro di noi ed uno é nemico dell’altro.
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dall'8 al 20 novembre
LITTA_produzioni e Compagnia Pianoinbilico
testo Cinzia Spanò
regia: Chiara Petruzzelli e Silvia Giulia Mendola - con: Vanessa Korn e Lara Guidetti
Dall’8 al 20 novembre 2011 nella Sala La Cavallerizza del Teatro Litta va in scena una nuova produzione della Compagnia Piano in Bilico. Un cast tutto al femminile per sondare le diverse fisionomie dell’esistenza e del mito Merilyn. Gli amori impossibili, la solitudine, i rapporti superficiali , i sogni, la paura di non farcela, il desiderio di stabilità, un rapporto difficile con la propria madre.. quanti di noi possono riconoscersi in questi aspetti dell’esistenza? Siamo andate alla ricerca di quei frammenti della vita di Marilyn – attraverso le biografie, i suoi scritti, le foto, le interviste – che più parlavano di noi, di noi, donne di oggi. Festeggiare un compleanno – ispirate da quello di Mr. President – la data che si avvicina, il tempo che passa è la situazione che ci permette di raccontare una parte intima e nascosta della vita di qualunque donna. In scena una ragazza, amante, amica, figlia, e la propria coscienza. Due figure in una continua ricerca di un punto di incontro, per trovare l’armonia tra essere, dover essere e voler essere.
(Chiara Petruzzelli)
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 25 novembre al 4 dicembre
Pierfrancesco Pisani – Teatro Stabile delle Marche – Amat in collaborazione con Belteatro – Bottega Rosenguild – Infinito srl – Argot Studio
di Andrea Cosentino
con: Simone Castano, Andrea Cosentino, Elisa Marinoni - regia: Valentina Rosati - scenografia: Paolo Garau - luci: Dario Uggioli - assistente alla regia: Angelica Marcucci - direttore d'allestimento: Mauro Marasà
Un lavoro sul tragico e la sua impossibilità, il potere e la sua vanità. E sull'amore naturalmente, e la sua perenne (in)attualità. La trama si sviluppa come un triangolo amoroso. Fedra in perenne disequilibrio, in bilico tra la verità di un corpo febbricitante di passione e l’artificio teatrale. Ippolito, l’oggetto della passione di Fedra, è un non ruolo, nessuna psicologia né spessore, la sua funzione è quella di un manichino da crash test, corpo prodotto esclusivamente per testarne la resistenza all’urto, vittima designata e agnello sacrificale, che in attesa del suo inevitabile destino si intrattiene in giochi e invenzioni, interrogandosi sulla possibilità del libero arbitrio. Teseo, perennemente altrove a affrontare mostri, compiere imprese e conquistare donne, eppure deus-ex-machiina ingombrante, assieme al suo doppio nutrice ,che tesse l’intrigo della vicenda con la cupidigia di una vecchia cui non resta che vivere emozioni per procura, sono il vero e proprio motore drammaturgico di questo spettacolo meta-teatrale, e manifestano due diverse facce di un potere che, in assenza di Dio e di valori da incarnare, coincide fatalmente con la propria stessa rappresentazione, e nel gioco delle rappresentazioni cerca di perpetuarsi. “Dare al popolo pane e circensi non basta più. I circensi migliori siamo noi stessi. Lo spettacolo più eccitante che il potere possa dare è quello del proprio stesso disfacimento.” La vicenda di Fedra è servita in tranci, fatta a brani come il corpo senechiano di Ippolito, in uno stile che rimanda alla rivista e all'avanspettacolo, generi teatrali tanto popolari nelle ambizioni quanto sofisticati negli strumenti, dove l'attore è nudo nel suo rapporto col pubblico, ed è tutto. Qui la tragedia è sempre a venire, perché forse irrimediabilmente già avvenuta. Qui non resta che intrattenersi nel farne l'autopsia. Il tragico non arriva se non come stampo in filigrana della farsa che è la sua crudele ma comica ripetizione.
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 13 al 31 dicembre
Fondazione Pontedera Teatro e LITTA_produzioni
di William Shakespeare
adattamento e regia: Claudio Autelli - scene e costumi: Maria Paola Di Francesco - sound designer: Stefano De Ponti - con: Francesco Meola, Andrea Pinna, Camillo Rossi Barattini, Michele Schiano di Cola, Giulia Viana - luci: Luigi Biondi - in collaborazione con: Associazione Culturale LAB121 - foto: Alice Casarosa
“Il mio cuore, come il mare,
non ha limiti e il mio amore è profondo
quanto il mare: più a te ne concedo
più ne possiedo, perché l’uno e l’altro
sono infiniti.”
Giulietta - II atto – W. Shakespeare
Lo stato d’animo che riassumiamo col sentimento dell’amore, contiene colori molto diversi da loro.La storia di Romeo e Giulietta incarna bene questo viaggio attraverso una mente posseduta dal demone dell’amore. La realtà diventa un sogno che degenera in un incubo, ingenerato dalle nostre stesse inquietudini. La paura blocca e crea per sua diretta conseguenza gli eventi che ci metteranno alla prova.Romeo e Giulietta è una storia sul coraggio. La forza delle parole di Romeo e Giulietta contengono la vibrazione dell’infinito, immagine che generalmente sappiamo solo abbinare alla morte.Abbiamo bisogno di violentare il nostro senso del limite per percepire il trascendente a cui l’uomo aspira per sua natura.
Claudio Autelli
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 10 al 22 gennaio
LITTA_produzioni
di: Amos Kamil - traduzione: FlaviaTolnay con la collaborazione di Alberto Oliva - regia: Alberto Oliva - assistente alla regia: Francesca Prete - con: Gaetano Callegaro e Francesco Paolo Cosenza - scene e costumi: Francesca Pedrotti - disegno luci: Fulvio Melli - realizzazione scene: Ahmad Shalabi - datore luci: Marco Meola - direttore di produzione: Antonella Ferrari
Dopo aver fatto il tutto esaurito la scorsa stagione e aver riscosso grande attenzione da parte della critica, torna al Teatro Litta, dal 10 al 22 genaio 2012, Il venditore di sigari di Amos Kamil per la regia di Alberto Oliva.
Nella Germania appena uscita dalla guerra, due uomini soli si incontrano tutte le mattine alle sei e trenta in un negozio di tabacchi. Uno ne è il proprietario, l’altro è un professore ebreo. Entrambi si portano dietro un segreto e alcuni frammenti della Storia, che ha appena sconvolto e quasi annientato un popolo presente in tutto il mondo con diverse nazionalità ma un’unica fede. Questo li chiama ad assumersi la responsabilità della loro appartenenza e a definire la loro posizione. Attraverso un dialogo serrato e di forte tensione, in cui si rinfacciano reciproche colpe e recriminano sui torti subiti, i due protagonisti arriveranno a scoprire chi sono veramente e quanto gli avvenimenti storici hanno condizionato la loro vita. La partita si gioca su un piano in cui è impossibile giudicare, in bilico tra la vita e la morte, la devastazione della guerra e le ipocrisie della ricostruzione. Come la Storia ha segnato chi si sentiva non solo ebreo, ma anche cittadino dell’Europa? Un Ebreo ha il diritto di sentirsi anche Tedesco? É il dilemma dell’appartenenza, dell’etichetta, che ognuno si porta dietro da quando nasce e alla quale è costretto ad aderire o a ribellarsi, ma non può restare indifferente.
Affrontare questo testo, da non ebreo, – dice Alberto Oliva – è inoltre per me l’occasione di indagare sulla difficoltà universale di scegliere se rimanere nascosti a combattere il nemico da dentro, o partire, abbandonando le proprie radici per combattere il nemico da lontano, ma a viso aperto. Ho pensato a uno spettacolo che, partendo dalla questione ebraica, sappia trascenderla e arrivare a parlare di tutti, perché tutti prima o poi siamo chiamati
a fare i conti con la nostra identità e a scegliere i tempi e i modi della nostra partecipazione sociale, oggi più necessaria che mai.
Estratti di rasegna stampa
(…) il sentimento che si staglia netto in questa messa in scena, curata con attenzione dal giovane Alberto Oliva, è quello dell’impossibilità di riuscire a vivere per chi è sopravvissuto qualunque sia stata la sua storia. Con bravura e intelligenza Francesco Paolo Cosenza affronta il suo Gruber dandogli toni di segreta sofferenza per un indicibile che deve essere detto. Di fronte a lui il Doktor di Gaetano Callegaro che sceglie nella politica il futuro. (…)
Magda Poli, Corriere della Sera, 19/05/2010
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 19 al 29 gennaio
Teatri di Vita
di Copi
a cura di: Daniela Cotti - con: Eva Robin's - scene: Andrea Cinelli con la consulenza di Maurizio Bovi - costumi: Andrea Cinelli col repertorio vintage di A.N.G.E.L.O. - fotografia: Raffaella Cavalieri
Abbiamo messo Eva Robin's nel Frigo! Apri lo sportello e parte una strana girandola di personaggi e storie, di surreali crudeltà. Il frigo – surreale e pungente - è uno dei testi teatrali più vorticosi di Copi, dove si ritrovano concentrati tutti i suoi temi e le sue manie, a cominciare dai sessi indefiniti e dalle violenze a ripetizione. A incarnare l'eroina di questa strana opera è Eva Robin's. Ironica, affascinante, cinica, Eva Robin’s, rivela il suo straordinario talento d’attrice affrontando sola in scena una miriade di personaggi in un meccanismo di veloci trasformismi e moltiplicazioni di identità.
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dall'1 al 5 febbraio
Dolce Marilyn
regia: Michela Marelli - con: Luca Maciacchini - testi: Michela Marelli e Serenella Hugony Bonzano - canzoni e arrangiamenti: Luca Maciacchini - progetto luci: Niccolò Leoni
“È indubbio che in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico, lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto, perchè per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese” (Giorgio Ambrosoli, 1975)
Vittima di un sicario ingaggiato dal banchiere Michele Sindona, sulle cui attività stava indagando, Giorgio Ambrosoli è stato assassinato per avere fatto il suo dovere senza compromessi. Luca Maciacchini porta in scena la vicenda di Giorgio Ambrosoli con le modalità e gli obiettivi del teatro civile, in forma di teatro canzone. Attraverso il monologo e la canzone, Maciacchini racconta in maniera corretta e originale, senza politicizzazioni, cercando di far capire al pubblico alcune delle complicatissime dinamiche su cui stava indagando l’avvocato prima di venire ucciso. Arriva un momento nella vita in cui ti dici ‘diamo un senso preciso a questa carriera’. Va bene essere commerciali, far ridere, divertire ma vi è anche la necessità di dire ‘cosa ci sto a fare su un palco?’ Provvidenziale è stato l’incontro con Annalori Ambrosoli nel 2008 con la quale si è deciso di preparare lo spettacolo.
Luca Maciacchini
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 10 al 19 febbraio
Piccola Compagnia della Magnolia con il sostegno del Sistema Teatro Torino in collaborazione con Théatre Durance - Scène Conventionnèe (France - PACA)
elaborazione testo e regia: Giorgia Cerruti - assistente alla regia: Fabrizia Gariglio - con: Davide Giglio - suono e luci: Riccardo Polignieri - studio costumi e scelte musicali: Giorgia Cerruti - realizzazione costumi: Atelier PCM e Alessandro Di Blasi
Ispirato a Titus Andronicus di William Shakespeare
Dal 10 al 19 febbraio al Teatro Litta TITUS / Studio sulle Radici è la terza tappa di un percorso shakespeariano denominato Trilogia dell’Individuo inaugurat
con Hamm-let / Studio sulla Voracità (2009) e proseguito con Otello / Studio sulla Corruzione dell’ Angelo (2010 / 2011).
Dopo Otello e Amleto la compagnia prova a spingere lo sguardo verso un nuovo Shakespeare, meno evoluto certamente nella scrittura ma carico di potenza immaginifica e straziato nel cogliere il senso dei legami di sangue. Studiare le Radici è studiare il sangue, i rapporti primari di parentela o comunque i rapporti senza mediazioni, di rito e mito: dire “sangue mio” è dire a qualcuno che lui scorre in te. Crediamo che il senso del Titus sia politico o ideologico solo in apertura e chiusura: è un’opera dal carattere consapevolmente
grottesco dove il potere è su un piano tribale in quanto difesa di una famiglia e offesa ad un’altra. È pertanto potere privato e immediato, violento: potere di amare smisuratamente, o di sopraffare, stuprare, mutilare, uccidere. In profondità questo conflitto – così contemporaneo – non tocca le nostre culture o i nostri valori, ma si gioca sul sangue. Da una parte la coesione familiare e dall’altra l’opposto, la mutilazione come taglio del corpo tribale e del corpo individuale, recisione del legame essenziale della parte con il tutto.
Immagino un viaggio sincero tra Shakespeare e noi, uno spazio scenico ampio e nudo, scarno, una grande tela al fondo che assorbe cromaticamente nei rossi lo spazio, una cancrena a fare da sfondo e Velasquez che ispira nei costumi l’ampiezza delle passioni e l’energia degli attori. E aria che si sprigiona tra le vesti, nella recitazione attenta a rispettare la metrica di Shakespeare ma aperta anche al nostro dire, un’estetica antinaturalistica sempre attenta a dichiarare il teatro, la sua finzione, ma ostinatamente volta a offrire la verità e la densità emotiva in un equilibrio difficile da trovare ma che continua febbrilmente ad appassionarci.
Giorgia Cerruti
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 14 al 21 febbraio / dal 24 febbraio al 4 marzo
LITTA_produzioni
di Luigi Pirandello
regia: Antonio Syxty - con: Francesco Paolo Cosenza e Niccolò Piramidal - scene e costumi: Guido Buganza - assistente alle scene: Giulia Breno - assistente alla regia: Antonio Pinnetti - luci e immagini: Fulvio Melli - staff tecnico: Alessandro Barbieri e Ahmad Shalabi - foto: Federico Cambria - direttore di produzione: Gaia Calimani
Pubblicata nel 1923, L’uomo dal fiore in bocca è una commedia in un solo atto presentata inizialmente da Pirandello con il titolo La morte addosso. Il protagonista, seduto al tavolino di un caffè notturno di un piccolo paesino, racconta ad un anonimo avventore di avere appena scoperto di esser vittima di un “epitelioma”: il suo nome è più dolce di una caramella, e ben si adatterebbe ad un fiore, ma si tratta di un fiore maligno, un tumore che gli è spuntato su un labbro e che lo costringe a pochi mesi di vita. Invece di abbandonarsi allo sconforto, da questo momento egli ha deciso di cambiare il suo comportamento, il suo modo di vedere il mondo, di osservare la propria vita e quella degli altri. Questi momenti saranno gli ultimi che egli potrà godere, e per questo sono divenuti tutti incomparabilmente preziosi ed importanti.
“Il teatro ha ancora la possibilità di custodire un mistero. Nella nostra epoca dove tutti chiediamo una spiegazione a tutto cercando disperatamente una conferma al mondo mediatico, tecnologico e multitasking, il teatro ha ancora il pregio di fermare il tempo. Ciò accade anche nella nostra vita quando un evento drammatico crea una sorta di black-out nello scorrere degli avvenimenti costringendoci a riconsiderare con occhi e sentimenti diversi gli accadimenti della vita stessa. Il compito dell’artista dovrebbe essere quello di creare apparizioni che possano rivelare il mistero assoluto. Per dirla con le parole di Arturo Schwarz - Senza mistero la realtà non esiste. Il mistero è ciò che deve esistere affinché la realtà sia possibile.E per poter ricreare un mondo sospeso fra mistero e realtà ho chiesto a Guido Buganza – che oltre a essere uno scenografo di grande talento e fama è anche un bravissimo pittore – di immaginare per lo spettacolo qualcosa che fosse più simile a un’installazione d’arte che una scenografia. E allo stesso tempo ho chiesto anche a Fulvio Melli - autore delle luci e delle immagini proiettate - di poter immaginare un ambiente luminoso ‘non teatrale’, quindi anche questo autonomo e auto-significante. L’idea per me era quella di poter situare questo ‘pezzo unico’ di Pirandello in una zona limitrofa alla vita, sospesa fra realtà delle parole e dei fatti e condizione mutante e mutevole della visione attraverso l’arte. In questo rapporto sospeso e ‘straniante’ anche Francesco Paolo Cosenza che è interprete del ‘pezzo unico’ Pirandelliano diventa un visitatore/viaggiatore della propria vita anch’egli sospeso fra ciò che sembrava essere e ciò che è. Una condizione che ci accomuna tutti. Considero questo un tentativo di ‘messa in opera’ più che una ‘messa in scena’”.
Antonio Syxty
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 2 all'11 marzo
Associazione culturale Foxtrot Golf
di Gianni Guardigli
regia: Francesco Branchetti - con: Isabella Giannone - musiche: Pino Cangialosi - scene e costumi: Cristiano Paliotto - progetto illuminotecnico: Francesco Branchetti
Liberamente ispirato alla novella di Camillo Boito
La novella “Senso” di Camillo Boito è stata più volte adattata e reinterpretata.
La versione più eclatante è stato il magnifico film di Luchino Visconti con protagonista Alida Valli. Questa versione nasce nell’estate 2006. La protagonista vive il suo amore per un soldato tedesco, ma non durante le guerre di Indipendenza, bensì nella Roma occupata della Seconda Guerra Mondiale. L’amore cieco per l’ufficiale del Reich prende la forma della più atroce delle vendette quando la bella e matura Contessa scopre il tradimento dell’amato. E tutto diventa monologo interiore. La Signora è condannata da una sorta di Tribunale che ha la sua sede all’interno di se stessa a ripercorrere tutte le mattine le tappe della sua Via Crucis personale seduta a uno scrittoio e a ricostruire con l’ossessione dell’esattezza tutti i momenti della vicenda con l’assoluta precisione del particolare. Questo è l’unico modo di vivere che la farà continuare fino al giorno in cui lei stessa morirà. La mattina inchiodata allo scrittoio a ricostruire gli attimi, le emozioni, i turbamenti e il doloroso nodo alla gola. La notte a implorare, a piangere, a risentire il tonfo del corpo del suo amato che cade per l’esecuzione capitale avvenuta per fucilazione. Supplizio estremo che ha avuto luogo a seguito della denuncia della stessa Contessa ferita e folle di desiderio di vendetta. Più volte la nobildonna ripete che non è possibile sentirsi in colpa se ci si è vendicati di una persona priva di anima, ma la contraddizione è più che evidente. Un girone dantesco eterno e avvitato in se stesso. Uno dei terribili esiti che possono stamparsi su una vita quando ha preso la strada di “un amore sbagliato”. Un tema universale che può essere narrato in tutte le epoche.
Gianni Guardigli
Note di regia
In ”Senso” di Gianni Guardigli la vicenda narrata è ambientata nel periodo della Dolce Vita, gli anni ’60, quando la capitale si ammanta di “desiderio di futuro”. Nella mente della nobildonna è stampato per sempre il giorno della sua vendetta, attimo dopo attimo, pensiero dopo pensiero. In tutto il testo regna sovrana il fantasma del soldato tedesco; ricordi, strazio, felicità ed emozioni perdute, rimorso, ferite insanabili, dolore, per quel ménage sentimentale che tra la donna e il giovane si era instaurato e che era arrivato ad eccessi estremi di scabrosità fisica e morale. Un monologo dalla forza straziante che abbraccia nel ricordo un arco narrativo di molti anni. La mia lettura intende centrare la messinscena su tre temi portanti: primo il difficile, ambiguo, pericoloso rapporto tra status sociale e passione, secondo tema la solitudine dell’ atto compiuto, terzo tema infine l’impotenza dell’uomo, all’interno del conflittuoso rapporto tra bene e male, nei confronti delle passioni eccessive, forse sbagliate e quindi l’impotenza nei confronti dell’inevitabile, tragico, terribile, viaggio di perdizione, vuoto e disperazione che spesso ne consegue.
Elementi scenici, luci e musiche danno un fondamentale apporto alla costruzione di questo incubo d’amore, accompagnandoci in questo viaggio, nel vizio mentale, nelle patologie dell’anima della protagonista, nella sua via crucis, nel delirio e nell’ossessione di chi è braccato dai propri fantasmi, nei perversi meccanismi che scaturiscono dalla brama di passione, nelle pulsioni estreme, insite nell’uomo, nel disfacimento e nella disgregazione dell’animo che, inevitabilmente, ne scaturiscono. Siamo di fronte ad un’opera dai mille tempi e spazi, dai mille volti, dalle mille ambiguità e prospettive e la contessa è uno splendido, variegato, prismatico personaggio, dal percorso umano straziante, il cui significato più profondo é l’incessante aspirazione umana ad una compiutezza ed a un assoluto che sono sempre, forse, irraggiungibili. La regia intende restituire al testo la straordinaria capacità d’indagare l’animo femminile e le tortuose relazioni che abbiamo con noi stessi e poi con gli altri; ansie, paure, malesseri, malinconie, dolori, solitudini si confondono in un balletto straziante che ci trascina nell’inferno privato di una donna.
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 16 marzo all'1 aprile
Litta_produzioni e Pierfrancesco Pisani in collaborazione con Infinito srl e Progetti Dadaumpa
di e con Andrea Cosentino
regia: Andrea Virgilio Franceschi - collaborazione alla regia: Valentina Giacchetti
Al Teatro Litta secondo testo dell’autore Andrea Cosentino, un chiaro esempio del suo telemomò, linguaggio teatrale di sua invenzione, provocatorio e innovativo. Se con il primo, Fedra, il celebre autore abruzzese è in scena con altri attori, in Angelica torna ai suoi monologhi. Fedra si ispirava alle suggestioni delle telenovele e delle chiacchiere di paese, in Angelica l’autore si ispira al mondo della fiction televisiva per raccontare una versione degradata della vita. Questo spettacolo conclude il dittico di Cosentino detto “del presente”: L’asino albino era uno spettacolo sul tempo che passa, Angelica è un lavoro sulla morte. Non è previsto un seguito. Entrambi sono un tentativo di parlare del presente. A chi c’è. Come al solito non c’è storia. Ogni tentativo di abbozzarne una sfiora la retorica e scivola nel ridicolo. C’è semmai – come e più del solito – il gusto di smontare
le storie. Ci sono dunque degli ingredienti, dei brandelli di dialoghi e situazioni abbozzate. Una troupe che sceglie di girare uno sceneggiato televisivo in una casa di un quartiere popolare romano; un’attrice – Angelica appunto – che continua a recitare la propria morte, fino allo sfinimento. Ciò che si ripete in teatro ci fa ridere. Perché è il passato che pretende di ritornare come niente fosse. Ci sono delle immagini – poche – che mi faccio carico di scuotere sul loro asse per ottenerne un alone di movimento: l’icona di un papa tremante che fende la folla giubilare sulla sua papamobile, il ricordo della statua della Madonna portata in processione nel giorno del venerdì santo a Chieti. È la dialettica sacro/ dissacrazione come le due facce di una stessa aspirazione. O il rovescio bifronte di un medesimo vuoto. Non c’è storia. Ma c’è una concessione al bisogno di tirare avanti. Una trama. Ed è quella dello sceneggiato ricostruito in scena senza ausili tecnologici, ma
utilizzando la cornice vuota di ciò che fu un televisore, e parrucche e primi piani e piani interi e bambole e pezzi di oggetti e dettagli di corpi. Si tratta innanzitutto di mimare con la povertà di mezzi scenici la povertà di un linguaggio. Farsi doppio parodico del linguaggio standardizzato del racconto televisivo. Ma c’è anche altro.
Pasolini scriveva che materia del cinema – dell’audiovisivo – è il pianosequenza come presente assoluto. È il regista che selezionando e tagliando e montando tra loro pezzi di presente dà loro un senso. Creando nessi. Facendone materia di narrazione, cioè storia. Dunque passato. Però mi chiedo: come può il presente raccontarsi a se stesso?
Io tento di installarmi nei tagli del montaggio, di dilatare i nessi, creare gioco tra i giunti; voglio disincantare l’impostura ipnotica dei raccordi narrativi, far emergere ludicamente il nonsenso che fa da sfondo alla costruzione del senso. Aggiungeva Pasolini che come il montaggio dà senso al cinema, così la morte dà senso alla vita. Però mi chiedo: cos’è che dà un senso alla morte? Se non c’è storia dovrà esserci da ridere. È ciò che credo di avere imparato dal teatro popolare, dalla cultura dei subalterni. Di coloro che, ben prima di noi
smarriti postmoderni, hanno dovuto imparare a vivere senza il sostegno di un passato né prospettive di futuro. È il senso profondo dell’intrattenimento. Perché va bene la denuncia e la memoria e la controinformazione e il mondo a capinculo. Ma innanzitutto esserci. Qui e ora. Comunque.
Andrea Cosentino
ESTRATTI DI RASSEGNA STAMPA
Andrea Cosentino è uno di questi nuovi personaggi della scena, da andare a vedere, accettando di restare avviluppati da quel suo procedere apparentemente
disarticolato e invece strutturato sottotraccia da spirali acutissime di riflessione mai portate troppo alla luce, giocate tutte con lucidissima ironia, spesso
con decisa e esilarante comicità. E questi sono solo alcuni dei meriti di Angelica, scritto dallo stesso interprete (Antonio Audino, Il Sole 24 ore)
Cosentino gioca con la realtà e la finzione televisiva con un lavoro di montaggio quasi cinematografico, incarna ogni personaggio e condisce il tutto con ricordi personali, con spiazzanti fuori programma in cui trovano posto le processioni del venerdì santo a Chieti con la Madonna che oscilla pericolosamente, un vecchio Papa malandatissimo a cui lanciano bambini che si spiaccicano sui vetri della papamobile e un’arzilla e loquace vecchina che presta la propria verace casa romana per le riprese della fiction. afferma l’interprete e chiama Pasolini a testimoniare come essa dia senso alla vita chiedendosi però, a sua volta, cosa invece dia senso alla morte stessa. Tra Barbie, scheletri di televisori, parrucche biondissime e improbabili e varia paccottiglia ‘Angelica’ diverte e fa pensare. (Nicola Viesti, Hystrio)
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 13 al 22 aprile
Associazione Golden Ticket
di Gloria Mina
adattamento per il buio e regia: Sergio Masieri e Gloria Mina - effetti sonori: Khouildi Hatem - musiche tratte da: Franz Schubert - con: Sofia Pauly, Laura Martelli, Luca Pernisco
Un teatro che accade nel buio. Uno spettacolo surreale nel suo realismo. Una storia che lascia l’amaro in bocca dopo qualche sorriso. Un dialogo che si trasforma in monologo indotto. Tante messe in scena quanti sono gli spettatori che immaginano.
Dal 13 al 22 aprile 2012 la Sala La Cavallerizza del Teatro ospita Tutto bene, mamma?
Lo spettacolo, tratto da una storia vera, racconta una vicenda semplice e per questo sconvolgente, tenera, innocente. E il buio è la scena ideale in cui tutto ciò può avvenire, stimolando l'immaginazione e i sensi dello spettatore.
NOTE DI REGIA
Un teatro interamente al buio. E non è il buio di quando si chiudono gli occhi. È un buio più profondo, più intenso, più impegnativo. In cui non si riescono
a scorgere le sfumature delle luci al di là delle palpebre. E allora si potenziano tutti gli altri sensi. Gli altri sensi si potenziano o forse semplicemente si
riscoprono, abituati come siamo oggi a non utilizzare più altri canali al di fuori della vista. In una società peraltro che fa dell’apparenza e dell’estetica i suoi
cavalli di battaglia, dalla tv a Facebook. E in questo tipo di teatro la dimensione visiva è annullata, spazzata via. È un atto di purificazione, di emendamento. E volevamo che fosse proprio il teatro ad avere questo compito. Sono 50 minuti di spettacolo in cui inizialmente si manifesta un po’ di disagio, di imbarazzo, di smarrimento, ma superato il primo impatto, la fantasia e l’immaginazione prendono il sopravvento come un grande sogno ad occhi aperti. Letteralmente. Ci riabituiamo a immaginare, a creare figure, forme, caratteri,
con la nostra creatività. Facciamo uno sforzo indotto per tornare bambini, lasciandoci alle spalle, per poco, quel bombardamento continuo di immagini, contenuti, stimoli del mondo circostante, forse drogato dal progresso e dalla tecnologia.
In questo teatro gli spettatori sono davvero partecipanti: ti raccontano all’uscita tanti spettacoli diversi a seconda di quello che hanno immaginato. E poi sono coinvolti tramite l’udito, il gusto, il tatto, l’olfatto, tutto tranne la vista. E il risultato è sconcertante: un livello di attenzione e di impressione incredibile, come ad aver sollecitato ancestrali spiragli di senso del nostro corpo. La concentrazione in sala è massima, dopo aver passato le opportune camere di compensazione, quasi ad entrare in un esperimento scientifico. Il silenzio e l’attenzione sono indicibili, non scappa una risata, un colpo di tosse, un mormorio, un trillo di cellulare.
Sergio Masieri
Teatro: Stagione teatrale 11/12
dal 18 giugno al 7 luglio
Litta_produzioni
di Anthony Neilson
regia: Antonio Syxty - traduzione: Imogen Kusch - con: Giovanna Rossi e Gaetano Callegaro - scene e costumi: Guido Buganza
L'ultimo spettacolo della stagione è una regia di Antonio Syxty da un testo dell’autore scozzese Anthony Nielson, esponente della corrente britannica contemporanea
in-yer-face-theatre.
“È cominciato tutto con un film pornografico. Giuro su Dio che era un film pornografico come altri centinaia che avevo visto. No, c’erano delle differenze, il montaggio e certe strane inflessioni, ma io ho pensato che fosse per la povertà dei mezzi. No, sarò sincero con voi, ho pensato che fosse così perche l’aveva fatto una donna” queste sono le prime parole del Censore nella pièce teatrale del drammaturgo scozzese Anthony Neilson, che ha vinto il Time Out Award for Best Fringe Production nel 1997, e il Writers Guild Award for Best Fringe Play. La storia immaginata dall’autore è una parabola che racconta un incontro fra una donna, Shirley Fontaine, regista di film erotici e un Censore addetto alla valutazione artistica e morale dei contenuti filmati. Miss. Fontaine cerca di convincere il Censore sul fatto che il film che ha girato ha il solo scopo di analizzare il sesso come linguaggio dei corpi. Il Censore sostiene ripetutamente che il film è semplicemente pornografico. Nei loro incontri si sviluppa un rapporto misterioso fra ‘colui che censura’ e ‘colui che è censurato’, mettendo a nudo i due protagonisti in una sorta di auto-rappresentazione delle proprie pulsioni e creando un forte legame fra i due, fino a sfociare in una storia d’amore in cui la regista spinge il Censore a sondare il lato oscuro delle sue paure sessuali.
Parallelamente alla loro vicenda c’è quella del Censore con la moglie, in un rapporto in crisi per via di un altro uomo, e che drammaticamente andrà a concludersi in una scena finale a sorpresa. Il Censore è stato acclamato come una brillante allegoria psico-sessuale da tutti i maggiori quotidiani inglesi fra cui The Guardian che ha definito la pièce di Neilson come l’opera più provocante dell’autore scozzese e come “un’ inquietante e affascinante esplorazione dello sguardo”.