Teatro: Stagione teatrale 11/12
Evento concluso
produzione: Pierfrancesco Pisani – Teatro Stabile delle Marche – Amat in collaborazione con Belteatro – Bottega Rosenguild – Infinito srl – Argot Studio
di Andrea Cosentino
con: Simone Castano, Andrea Cosentino, Elisa Marinoni - regia: Valentina Rosati - scenografia: Paolo Garau - luci: Dario Uggioli - assistente alla regia: Angelica Marcucci - direttore d'allestimento: Mauro Marasà
Un lavoro sul tragico e la sua impossibilità, il potere e la sua vanità. E sull'amore naturalmente, e la sua perenne (in)attualità. La trama si sviluppa come un triangolo amoroso. Fedra in perenne disequilibrio, in bilico tra la verità di un corpo febbricitante di passione e l’artificio teatrale. Ippolito, l’oggetto della passione di Fedra, è un non ruolo, nessuna psicologia né spessore, la sua funzione è quella di un manichino da crash test, corpo prodotto esclusivamente per testarne la resistenza all’urto, vittima designata e agnello sacrificale, che in attesa del suo inevitabile destino si intrattiene in giochi e invenzioni, interrogandosi sulla possibilità del libero arbitrio. Teseo, perennemente altrove a affrontare mostri, compiere imprese e conquistare donne, eppure deus-ex-machiina ingombrante, assieme al suo doppio nutrice ,che tesse l’intrigo della vicenda con la cupidigia di una vecchia cui non resta che vivere emozioni per procura, sono il vero e proprio motore drammaturgico di questo spettacolo meta-teatrale, e manifestano due diverse facce di un potere che, in assenza di Dio e di valori da incarnare, coincide fatalmente con la propria stessa rappresentazione, e nel gioco delle rappresentazioni cerca di perpetuarsi. “Dare al popolo pane e circensi non basta più. I circensi migliori siamo noi stessi. Lo spettacolo più eccitante che il potere possa dare è quello del proprio stesso disfacimento.” La vicenda di Fedra è servita in tranci, fatta a brani come il corpo senechiano di Ippolito, in uno stile che rimanda alla rivista e all'avanspettacolo, generi teatrali tanto popolari nelle ambizioni quanto sofisticati negli strumenti, dove l'attore è nudo nel suo rapporto col pubblico, ed è tutto. Qui la tragedia è sempre a venire, perché forse irrimediabilmente già avvenuta. Qui non resta che intrattenersi nel farne l'autopsia. Il tragico non arriva se non come stampo in filigrana della farsa che è la sua crudele ma comica ripetizione.